Il bluff del lavoro a Messina, perchè nessuno assume e nessuno resta ?

Tra accuse ai giovani di non voler lavorare e agli imprenditori di fornire contratti da fame, il cortocircuito di una città che non riesce a far girare la propria economia e perde tremila residenti all’anno.
Inutile girarci intorno con i soliti discorsi, a Messina il mercato del lavoro è letteralmente in stallo.
Ci riempiamo la bocca di parole come “turismo”, “rilancio commerciale” e “opportunità”, ma basta farsi un giro per il Viale San Martino o nelle vie del centro per vedere la realtà: saracinesche abbassate, cartelli “Affittasi” ingialliti dal sole e avvisi di ricerca personale disperati a cui non risponde nessuno.
Ma di chi è la colpa? Dei giovani che “non hanno voglia di lavorare” o dei datori di lavoro che offrono condizioni al limite dello sfruttamento? La risposta semplice non esiste; la verità sta in un cortocircuito che sta distruggendo il tessuto economico locale.
Per capire la dimensione del disastro, basta guardare i dati reali dell’area metropolitana e comunali, il tasso di occupazione è ai minimi nazionali si galleggia tra il 35% e il 38%.
A questo si aggiunge l’esodo demografico: Messina perde circa 3.000 residenti ogni anno e mezzo (oltre 18.000 nell’ultimo decennio). Chi ha competenze e titoli parte, chi resta, spesso finisce nell’inattività.
La fascia di chi non studia, non lavora e non cerca nemmeno più un’occupazione supera abbondantemente il 30% tra i giovani sotto i 30 anni.
Il piccolissimo commercio al dettaglio (l’abbigliamento e le botteghe del centro) sulle quali si reggeva buona parte dell’economia locale è in agonia pura. Tra centri commerciali di periferia e il dominio incontrollato dell’e-commerce, i negozi storici non riescono a fare cassa.
Gli affitti commerciali in centro strangolano ogni impulso con richieste d’affitto da capogiro. Le poche assunzioni sono part-time fittizi o tirocini non retribuiti adeguatamente.
Il settore della ristorazione non è da meno, si lavora a strappi, saturati durante i weekend o la stagione estiva, per poi crollare nei mesi invernali.
Proprio la ristorazione è il settore dove il corto circuito è più evidente. Da un lato, imprenditori che offrono turni di 10-12 ore al giorno per pochi euro al mese senza riposi; dall’altro, giovani che si rifiutano (giustamente) di farsi sfruttare o che preferiscono trasferirsi altrove.
Il tessuto produttivo industriale è quasi inesistente; quindi, la domanda di consulenza ad alto valore aggiunto è bassissima.
Gli studi professionali viaggiano a regime minimo, basandosi quasi esclusivamente su stagisti o formule a P.IVA con compensi irrisori. Manca la grande commessa industriale o la presenza di multinazionali capaci di assorbire i laureati dell’Ateneo peloritano.
Poi cìè la grande illusione dei crocieristi. Vediamo scendere migliaia di turisti ogni settimana dalle navi da crociera, ma il ritorno economico occupazionale sul territorio è marginale.
Il modello attuale è di “mordi e fuggi”. Mancano infrastrutture di accoglienza integrate e servizi strutturati che trasformino la fermata di una nave in posti di lavoro stabili nell’ hotellerie (che non c’è) o nelle guide turistiche a tempo indeterminato, o nei servizi.
Il loop si chiude con un costo del lavoro e della burocrazia per le piccole e medio imprese. Un piccolo imprenditore che vuole mettere in regola un dipendente paga il doppio dello stipendio netto in tasse e contributi. Senza grandi volumi d’affari, il rischio d’impresa diventa insostenibile.
L’Università sforna laureati, ma il mercato locale richiede quasi esclusivamente manodopera a basso costo o figure operative non specializzate. La fuga di cervelli è conseguenziale.
Mancanza visione strategica ? Forse si, senza una pianificazione economica d’area metropolitana basata su logistica, mare e innovazione resteremo a vivere alla giornata in balia di grandi comunicati con nessun risultato concreto.
Finché continueremo a far finta che il problema sia solo la “pigrizia” di chi cerca lavoro o la “cattiveria” di chi offre un posto, Messina continuerà a svuotarsi.
