Gay Pride: e se la nuova trasgressione fosse sfilare in giacca e cravatta ?

La vera rottura comunicativa potrebbe essere quella di indossare abiti formali, simboli del rigore per trasformarli in contropiede culturale portando in piazza gli abiti con in quali l’omosessualità vive ogni giorno, smontando l’ipocrisia che vuole la diversità confinata in una manifestazione o in un’estetica bizzarra.
Il Pride è nato e si è affermato come una prepotente esplosione di colori, piume, corpi scoperti.
Rivendicare il diritto di esistere al di fuori dei canoni, anche esteticamente, ha ragioni storiche ( c’era un epoca in cui le persone venivano arrestate perché indossavano abiti ritenuti “non conformi” al proprio sesso biologico. Un atto primordiale di disobbedienza civile quindi sta alla radice dei costumi della manifestazione.
Ma cosa succede quando un linguaggio, sino adesso, ritenuto in qualche modo eversivo si codifica, diventa prevedibile e, in un certo senso, metabolizzato dalla società ?
Potremmo considerare che la vera provocazione oggi, il gesto più sovversivo e spiazzante sarebbe sfilare al Pride in giacca e cravatta ?
Non si tratta di una resa al perbenismo, né del tentativo di rassicurare lo sguardo degli eteronormati ma forse potrebbe generare un corto circuito, sicuramente una rottura.
Appropriarsi del codice visivo della giacca e cravatta, il massimo del rigore e se vogliamo del perbenismo durante la manifestazione potrebbe significare che l’apparenza non appartiene più in esclusiva a un’unica visione.
L’ omosessualità vive già, ogni giorno, dietro “giacca e cravatta” non solo piume e strass. Sta nei corridoi delle aziende, nelle aule di tribunale, negli uffici pubblici, nelle riunioni di condominio. Vive in quel mimetismo sociale a cui ancora troppe persone ricorrono per evitare (ahimè) pregiudizi . Dietro la compostezza si consuma spesso un quotidiano esercizio di dissimulazione.
Sfilare con la divisa del “decoro” potrebbe essere un atto di spietata verità, molto più provocatorio se questo interessa.
Anche per non porgersi, con l’eccentricità, alle solite critiche che distraggono.
