Luoghi pubblici con cartelli che ne vietano l’ingresso, perchè i cani fanno schifo… ma non sempre !

E’ accaduto ancora in un supermercato del centro: “Io qui non posso entrare”. La doppia morale umana per un animale che “fa schifo”, ma non quando guida un cieco o assiste una persona fragile, quando cerca dispersi tra le macerie, quando segnala una crisi, quando salva un bambino in mare, quando lavora accanto alle forze dell’ordine, il cane “fa schifo”, ma diventa cura quando entra in un reparto ospedaliero come supporto emotivo, quando offre presenza dove la solitudine è una diagnosi silenziosa.
“Io qui non posso entrare”, oggi la civiltà si misura così: non con la qualità delle regole, ma con la grandezza del divieto; “VIETATO AI CANI”, inciso come una verità morale. Perché la modernità, a quanto pare, è un luogo dove puoi entrare con la suola del mondo, ma non con un animale al guinzaglio.
Il punto non è discutere che un cane sia un animale. Lo è. Ha pelo, odore, bisogni. Come la vita.
Il punto è il meccanismo culturale che scatta dietro quel divieto: un’igiene performativa, selettiva, teatrale. Una pulizia che non riguarda davvero la salute, ma il decoro. E il decoro, da sempre, è una forma educata di esclusione.
Se prendessimo sul serio l’argomento igienico, dovremmo cominciare da ciò che il supermercato è davvero: un luogo di contatto continuo, una macchina sociale fatta di superfici condivise: manici di carrelli, cestini, frutta toccata da decine di mani, telefono che passa dal palmo alla bocca, bambini che esplorano il mondo come un laboratorio a cielo aperto, starnuti, tosse, distrazioni, gesti compulsivi.
Eppure tutto questo viene metabolizzato come “normalità”, la presenza di un cane, invece, diventa improvvisamente una questione di principio.
Qui si capisce che non stiamo parlando di igiene. Stiamo parlando di un simbolo: l’animale in uno spazio che vogliamo immaginare ordinato, neutro, controllabile. Il cane rompe l’illusione. Ricorda che siamo vivi, e quindi imperfetti. E allora lo si espelle. Non è prevenzione. È estetica sociale.
La stessa società che considera “sporco” un cane in corsia, è perfettamente capace di santificare i cani quando l’animale entra nel circuito dell’utilità. Quando diventa un servizio, una funzione, una protesi del nostro bisogno.
Il cane “fa schifo”, ma non quando guida un cieco o assiste una persona fragile, il cane “fa schifo”, ma diventa eroe quando cerca dispersi tra le macerie dopo un terremoto, il cane “fa schifo”, ma diventa miracolo quando segnala una crisi, quando salva un bambino in mare, quando lavora accanto alle forze dell’ordine, il cane “fa schifo”, ma diventa cura quando entra in un reparto ospedaliero come supporto emotivo, quando offre presenza dove la solitudine è una diagnosi silenziosa.
In quel momento l’odore scompare, il pelo non è più un problema, la saliva non è più “contaminazione”. La stessa materia che un giorno diventa “schifo”, il giorno dopo diventa “commozione”.
È qui che il divieto totale al supermercato rivela la sua natura ipocrita, una scorciatoia, la soluzione pigra che si traveste da rigore morale.
E spesso, non diciamolo sottovoce, è anche un modo elegante per selezionare la clientela: voi sì, voi no. Una politica commerciale mascherata da igiene.
Non potete celebrare i cani come “angeli” quando salvano vite e poi trattarli come rifiuti quando esistono accanto a noi nella normalità. Non potete usare l’animale come strumento e poi respingerlo come fastidio. È una forma di cinismo travestito da ordine.
Un cane non è un accessorio né una funzione. È un essere vivente che da secoli ha scelto — o è stato costretto, se vogliamo dirla più onestamente — a condividere la nostra società, spesso pagandone le incoerenze.
Alla fine, la domanda resta lì, scomoda come un odore che non vuoi sentire: i cani fanno schifo, o fa schifo la nostra tendenza a rispettare solo ciò che ci è utile?
Un supermercato ha diritto di scegliere le proprie regole. Ma anche il pubblico ha diritto di rispondere. E la risposta, quando l’intelligenza viene sostituita dal cartello, è una sola: comprare altrove. Non per “capriccio”, ma per una forma minima di dignità culturale. Perché non è il cane a sporcare. È l’ipocrisia.
