L’algoritmo nel piatto: come l’intelligenza artificiale orienta gusti e lavoro.

L’intelligenza artificiale entra sempre più spesso nelle nostre vite con il volto rassicurante dell’efficienza. Ordina più in fretta, corregge errori, suggerisce alternative, controlla le scorte, risponde ai clienti. Tutto molto comodo, almeno in apparenza. Ma che cosa accade quando, oltre a velocizzare il servizio, questa tecnologia comincia a orientare le scelte di chi mangia e a sorvegliare in tempo reale chi lavora? È qui che il tema smette di essere soltanto tecnico e diventa culturale, sociale, perfino umano.
È interessante l’articolo pubblicato su “ilfattoalimentare.it”, scritto da Agnese Codignola, dal titolo “Tra algoritmi e menu: come l’intelligenza artificiale nei fast food condiziona le nostre scelte e controlla il personale”, perché pone una domanda cruciale in un ambito apparentemente quotidiano e innocuo come quello della ristorazione veloce. L’articolo mostra infatti come l’IA, “oltre ad agevolare alcuni compiti, potrebbe avere ripercussioni non neutre tanto sui clienti e le loro scelte quanto sul personale”. È proprio questa apparente neutralità della tecnologia, spesso data per scontata, a meritare una riflessione più attenta.
Il cuore del problema emerge da uno studio citato nel testo, secondo cui i clienti che interagiscono con un chatbot prima di ordinare risultano “più propensi a scegliere il menu peggiore”. La spiegazione è interessante e, per certi versi, sorprendente: interagire con un sistema artificiale sarebbe mentalmente più faticoso. L’articolo parla di “depauperamento cognitivo, ovvero la stanchezza mentale”, spiegando che dialogare con un chatbot richiede “più concentrazione, più attenzione a che cosa si dice” e anche lo sforzo di verificare che la macchina abbia capito. In assenza dei normali segnali sociali del dialogo umano, si consuma più energia mentale e, alla fine, si decide peggio. Tradotto nella vita quotidiana: dopo una giornata storta, se a prendere l’ordine è una voce artificiale, è più facile che il cliente si lasci tentare da patatine, dolci e cibo spazzatura.
L’articolo aggiunge poi un elemento ancora più interessante: quando al chatbot viene data “una parvenza umana tramite un avatar amichevole”, la fatica cognitiva si riduce e le scelte migliorano. Questo significa che anche il design dell’interfaccia non è mai neutro. La forma della tecnologia, il tono della voce, l’aspetto dell’avatar, tutto può incidere sul comportamento umano. E qui si apre un tema decisivo: fino a che punto è lecito progettare sistemi che influenzano, magari in modo invisibile, ciò che scegliamo di mangiare?
Non meno inquietante è il secondo fronte descritto nell’articolo: quello del controllo sul personale. Con l’arrivo di Patty, il sistema annunciato da Burger King, l’intelligenza artificiale non si limiterà a suggerire risposte o a segnalare piatti esauriti. Dovrebbe anche “ascoltare le conversazioni tra personale e clienti per valutarle tramite un punteggio”, suggerendo miglioramenti e riferendo al gestore la prestazione del singolo lavoratore in tempo reale. L’immagine evocata dall’articolo è molto forte: “una sorta di grande fratello che controllerà ogni parola e ogni gesto”. Ufficialmente si parla di coaching, ma il confine tra supporto e sorveglianza, tra accompagnamento e pressione costante, appare molto sottile.
Tutto questo ci dice che l’intelligenza artificiale non è soltanto uno strumento operativo, ma una nuova forma di mediazione sociale. Luciano Floridi parlerebbe di condizione “onlife”, nella quale il digitale non è più separato dalla vita, ma la attraversa e la plasma. Anche il pranzo veloce, il panino ordinato al drive thru o il sorriso del cameriere entrano così in una rete di dati, previsioni, punteggi e automatismi. E se pensiamo a Zygmunt Bauman, viene da riflettere su quanto questa modernità così efficiente rischi di diventare anche più fredda, più liquida, meno capace di relazione autentica.
Il punto, allora, non è demonizzare la tecnologia. Sarebbe troppo semplice. Bisogna capire chi la progetta, con quali finalità, con quali regole e con quali limiti. Se l’IA può aiutare a migliorare i servizi, a ridurre gli sprechi o perfino a favorire scelte più sane, ben venga. Ma se viene usata per orientare in modo opaco i consumi e per trasformare il lavoro in una performance sorvegliata senza respiro, allora qualche domanda è necessaria. Perché il rischio è che, mentre scegliamo un panino, qualcun altro stia scegliendo per noi anche il margine della nostra libertà.
Probabilmente il futuro della ristorazione sarà davvero popolato da assistenti vocali, cuffie intelligenti e menu che cambiano in tempo reale. Ma sarebbe bello che, accanto agli algoritmi, restasse ancora spazio per un consiglio umano, per un sorriso non misurato da un punteggio, per la libertà di ordinare un’insalata o un doppio cheeseburger senza sentirsi guidati da una mano invisibile. E magari, tra una patatina fritta e un avatar gentile, ricordarci che la vera intelligenza – anche a tavola – non è soltanto quella artificiale, ma quella che sa ancora distinguere tra comodità, controllo e libertà.
Ordinare piuù in fretta, rispondere ai clienti, migliorare i menu, ma cosa accade se questa tecnologia comincia ad orientare le scelte di chi mangia e sorvegliare chi lavora ?
